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Il “Festival del futuro – World Future Forum”, il 16 e 17 novembre a Verona. La voce di Enrico Giovannini

La crisi climatica e il riscaldamento globale non sono fenomeni che possono essere affrontati singolarmente: serve un approccio sistemico per lo sviluppo sostenibile, che incida sulle grandi trasformazioni sociali ed economiche e che coinvolga istituzioni e reti della società civile ad ogni livello. Il percorso è stato tracciato dall’Agenda 2030, un programma d’azione approvato dalle Nazioni Unite nel 2015, al quale tutti i Paesi sono chiamati a contribuire, nello sforzo di portare il mondo su un sentiero sostenibile.

 

Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS (Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile), docente di statistica economica all’Università di Roma “Tor Vergata” e di Public Management presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università LUISS, già presidente dell’ISTAT e Ministro del lavoro nel Governo Letta, interverrà su questi temi nel corso del Festival del Futuro a Verona, nella sessione dal titolo “La sfida planetaria: clima, ambiente, energia, migrazioni, risorse” il 16 novembre alle ore 11.30.

 

 

Professor Giovannini, può darci qualche anticipazione rispetto ai temi della sessione a cui lei parteciperà, in particolare alla sua visione sulle sfide che l’uomo ha di fronte nell’attuale contesto politico, sociale ed economico?

 

Le questioni ambientali, sociali, economiche o istituzionali (cioè i quattro pilastri dello sviluppo sostenibile) sono strettamente correlate. È necessario quindi un approccio integrato per affrontarle. Quando si raggiungono i limiti, e lo vediamo con il precipitare della crisi ambientale, si generano delle non linearità nelle quali il sistema assume comportamenti eccezionali. In futuro questi saranno sempre di più. L’Agenda 2030 obbliga a questa visione complessa, una visione ripresa anche da Papa Francesco nella sua Enciclica “Laudato si’” quando si scaglia contro la “cultura dello scarto”. Purtroppo non è detto che si riesca a cooperare in questa direzione e il rischio è che ci si affidi a chi promette di tornare indietro, a quella che Zygmunt Bauman definisce la “retrotopia”. La visione integrata dei fenomeni è ancora lontana dalla percezione comune, non solo da parte della politica ma anche dell’informazione, che su questi temi è molto segmentata e non aiuta i lettori a capire le connessioni tra i fenomeni.

 

 

Qual è il ruolo che l’innovazione tecnologica può giocare in questo contesto?

 

È chiara l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, che distrugge l’ambiente ma non riesce allo stesso tempo a fornire i beni di base a tutti i cittadini e in cui le disuguaglianze sono sempre più forti. Nei Paesi sviluppati il futuro è a bassa crescita economica, servono dunque trasformazioni di natura tecnologica ma soprattutto di innovazione culturale e di governance, cioè nel modo in cui le politiche vengono realizzate. Se l’innovazione è solo tecnologica, tralasciando l’aspetto sociale, raramente produce gli effetti attesi.

 

 

Cosa l’ha spinta a prendere parte al Festival del Futuro? In cosa questo evento si differenzia dalle molte iniziative che negli ultimi anni cercano di far chiarezza su orizzonti e scenari futuri?

 

Come ASviS abbiamo seguito da vicino la nascita del Festival, che si lega ad iniziative da noi promosse per aiutare il Paese a pensare al futuro in un’ottica sistemica.

 

 

Considerando gli impatti che l’innovazione e la tecnologia hanno e avranno sul mercato e anche sul pianeta, in senso lato, cosa dovranno imparare ad essere e a fare coloro che si occupano di tali tematiche? In che modo investire in termini di formazione e sviluppo continuo?

 

C’è bisogno di investire nel cambiamento culturale. I grandi cambiamenti nella storia dell’umanità sono avvenuti nell’arco di secoli, ma negli ultimi 30 anni il salto è stato ancora più grande e non siamo del tutto preparati per affrontarli. Nel rapporto di gennaio dell’ILO (International Labour Organization) si raccomanda l’istituzione di un diritto universale all’apprendimento permanente che consenta alle persone di acquisire competenze, riqualificarsi e perfezionarsi. Un diritto esigibile, come quello alla salute. La formazione continua può ridurre il rischio di essere, tornando a Papa Francesco, “scartati”. Si sta diffondendo la nozione di economia circolare, ma non siamo ancora consapevoli del fatto che è necessario riciclare non solo gli oggetti scartati, ma anche le persone. Non farlo rischia di bloccare lo sviluppo umano, generando disastri di varia natura.

 

 

Al Festival saranno presenti attori del mondo della formazione, come le Università, e anche giovani, protagonisti di oggi e domani. Ai giovani, quale suggerimento darebbe per prepararsi ai mestieri del futuro in tale ambito?

 

Ai giovani dico di leggere, leggere e ancora leggere. Studiare, ma in modo che lo studio sia in primo luogo apprendimento di vita, cioè applicazione pratica di quanto appreso. Le soft skills si acquisiscono anche attraverso la pratica. Come RUS – Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile, a cui aderiscono 70 atenei su 80 in Italia, spingiamo a coniugare la formazione formale con quella informale, che si sostanzia nell’impegno sociale, nell’attenzione per i beni comuni e per l’innovazione.